La lingua occitana è un elemento culturale che travalica il tempo ed i confini del territorio, estendendosi su tre stati dall’oceano Atlantico alle Valli di Piemonte e Liguria. Sviluppatosi dal latino, parallelamente al francese ed all’italiano, l’occitano ha vissuto una breve epoca d’oro nel XII secolo, per poi essere relegato a lingua minoritaria, quasi un dialetto da parlare in famiglia, dalla metà del ‘500. La legge dello Stato Italiano 15 Dicembre 1999, n.482, in applicazione dell’articolo 6 della Costituzione italiana, ha riconosciuto, tra le altre, la minoranza linguistica occitana in Italia. In Valle Varaita, al momento hanno chiesto ed ottenuto il riconoscimento di appartenenza alla minoranza occitana i seguenti comuni: Bellino, Pontewchianale, Casteldelfino, Frassino, Melle, Valmala, Isasca, Venasca, Sampeyre (...e di conseguenza la borgata di Rore!).
Si estende dalle Valli del Piemonte sino alla Spagna la regione linguistica comunemente denominata “Occitania” e vi sono alcuni simboli comuni dai Pirenei alle Alpi che ne simboleggiano l’unità, come la Croce di Tolosa o “Catara”: la sua origine , così come la sua datazione è incerta.
Nel 990 Guillame Taillefer, COnte di Tolosa, sposò Emma, figlia ed ereditiera di Roubaud, Conte di Provenza, che gli portò in dote alcune contee. Nelle terre provenzali occupate dal Conte i suoi Vassalli avrebbero adottato per primi la Croce come simbolo da imprimere sulle armature.
La tradizione locale delle Valli vuole invece che essa sia stata importata dal Conte Raimondo IV di Saint Gilles al ritorno dalla sua prima Crociata in Terra Santa nel 1099.
Nella bandiera delle Valli d’Italia accanto alla Croce è posta una piccola Stella a sette punte: Francois Fontasn negli anni ’70 propose di inserirla per ricordare le sette regioni storiche dell’Occitania: Guascogna, Guiana, Linguadoca, Limosino, Alvernia, Delfinato e Provenza.
Ad unire i parlanti della
famiglia occitana non è solo il simbolo della bandiera ma
anche una canzone, “Se Chanta” (o anche “Se Chanto”):
attibuita dalla tradizionea Gaston Phoebus, COnte di Foix,
è considerata dai critici musicali una canzone d’amore, una
serenata nostalgica dedicata alla donna amata lontana; già
cantata nelle valli Valdesi, la canzone si è diffusa nelle
vallate occitane nel 1977 attraverso i musicisti del
conservatorio occitano di Tolosa.
L’occitano, lingua neolatina o romanza, derivata
dall’idioma latino, comparve alla fine dell’impero romano
contemporaneamente a portoghese, spagnolo, catalano,
francese, italiano, sardo, ladino, rumeno e dalmatico. il
nome si deve a Dante Alighieri, il quale nel XIV secolo
tentò una prima classificazione delle parlate romanze in
base alla particella che indicava l’affermazione,
determinando tre idiomi di base: lingua del “SI”, italiana,
lingua “d’OIL”, francese e lingua “d’Oc”, occitano. “OC”
deriva dal latino “Hoc est”.
Presente nei testi letterari a partire dal X secolo, dal
XII l’occitano conosce la propria stagione aurea grazie ai
poeti detti “Trobadors”, dal verbo occitano “Trobar”,
comporre.
Lingua di straordinario prestigio, viene addirittura
impiegata da Dante Alighieri nel Canto XXVI del purgatorio,
nella Divina Commedia.
L’Occitano di Rore
Gli abitanti di Roure chiamano la loro lingua “noste
dialet” (il nosto dialetto) o “nosto modo” (la nostra
maniera). Non usano il termine “patois”, né espressioni
colte, quali occitano, lingua d'oc, provenzale. Essi sanno
che questa lingua è diffusa in un'area assai più vasta del
loro paese, che comprende non solo altri comuni della Valle
Varaita, ma anche le valli vicine, pur con le inevitabili
differenze che ogni lingua naturale presenta nelle diverse
località.
Di tale area conoscono abbastanza bene il limite orientale,
verso i paesi in cui si parla il piamountes (piemontese),
mentre, in genere, non hanno una concezione chiara del
limite occidentale. Possono sapere che in Frans' Aout
(Queyras) si parla un dialetto simile alloro, ma non
immaginano che la loro lingua, seppur con qualche
differenza, sia parlata sino ai Pirenei.
Molti forestieri, da parte loro, ritengono che l'occitano,
e quindi la lingua di Roure, sia molto difficile o
addirittura incomprensibile; di conseguenza non cercano
neanche di capirlo.
Si tratta di una convinzione sicuramente errata, in quanto
l'occitano è relativamente facile da capire per chi conosce
il piemontese e, in fondo, può essere compreso anche da un
italiano di un'altra regione, purché sia pronunciato con
chiarezza. Queste lingue, infatti, sono simili tra loro,
perché derivano tutte dal latino. Gli Italiani, inoltre,
riescono con maggiore facilità di altri popoli a
comprendere le altre lingue, forse perché sono in maggio-
ranza bilingui (proprio dialetto e lingua ufficiale).
La lingua dei trovatori, sin dalle sue prime manifestazioni
letterarie dell'XI secolo, presentava una grande unità: le
differenze dialettali erano minime e senza alcun rapporto
con l'area di provenienza dei trovatori. I dia- letti
locali, che già esistevano, seppure meno differenziati di
oggi, servivano alla conversazione quotidiana, ma la lingua
di cultura era una sola ed era il risultato di una
spontanea riduzione delle particolarità locali e
dell'imitazio- ne della lingua dei primi trovatori.
La crociata contro gli Albigesi, gruppo eretico inoffensivo
che si era diffuso in Linguadoca e in parte della Provenza,
portò alla distruzione della strut- tura economico-sociale
che aveva permesso la fioritura della poesia trobadorica.
I crociati francesi, in una lunga guerra iniziata nel 1209
e durata più di quaranta anni, misero «a ferro e fuoco»
vaste regioni d'Occitania, compien- dovi stragi e crudeltà
di ogni genere; la crociata si concluse con la conquista da
parte dei Francesi di vaste regioni della Linguadoca.
Successivamente, altre regioni d'Occitania passarono alla
corona di Francia attraverso matri- moni, donazioni e altri
maneggi politici.
La crociata contro gli Albigesi spense per sempre la voce
dei trovatori. La loro lingua, a poco a poco, decadde
dall'uso colto, giuridico e amministrati- vo, finché nel
1539, con l'editto di Villers-Cotterèts, Francesco I, re di
Fran- cia, ne proibì l'uso negli atti amministrativi e
giudiziari (3).
La lingua d'oc continuò, però, ad essere parlata dalla
gente comune, ma la decadenza della forma colta e unitaria
contribuì alla sua differenziazione in numerosissime forme
locali.
Nel secolo scorso la lingua d'oc, nella sua forma
provenzale, riacquistò grande considerazione e rilievo
universale per merito di Frederì Mistral (4) e di altri
poeti del Felibrige. Mistral ottenne il premio Nobel per la
lettera- tura nel 1904. Il poema Mirèio è considerato il
suo capolavoro; pare che Mi- stral avesse tratto
ispirazione per quest'opera dall'amore che all'età di
vent'anni nutrì per Madaleno Jouvenal, la persona di
servizio di sua madre, che era di Ro dal Pount di San Péire
(Sampeyre).
N eppure la rinascita mistraliana riuscì però a ridare agli
Occitani una lin- gua ufficiale o «di referenza». Vi si
opposero, fra i primi, i Linguadociani, che consideravano
il dialetto provenzale impoverito, francesizzato e troppo
diverso dalla lingua d'oc antica. Vi si oppongono ora anche
i Guasconi, i Nord-Occitani e gli Occitani Alpini, i quali,
pur riconoscendo i grandissimi meriti di Mistral, non
intendono perdere le particolarità e la ricchezza dei loro
dialetti.
La questione della lingua «di referenza», che è
indispensabile strumento per lo sviluppo dell'occitano, è
quindi tutt'ora aperta.
I dialetti occitani attuali si possono suddividere in tre
gruppi: ad occidente, dai Pirenei a Tolosa, troviamo il
guascone, che è spesso considerato il
. dialetto più atipico ed a sé stante; nel meridione
troviamo il linguadociano, esteso grossomodo
daTolosaalRodano,e il provenzale, dal Rodano all'Alta Valle
del Tanaro; nel settentrione troviamo il limo sino,
l'alverniate e l'occitano alpino.
La Valle Varaita, come la maggior parte delle Valli
Occitane d'Italia (dall' Alta Valle di Susa alle Valli
Monregalesi) appartiene, in senso linguistico, all'area
dell'occitano alpino. .
Una delle differenze più immediate tra i dialetti del Sud e
quelli del Nord è costituita dalla palatizzazione della c e
della g. Così, ad esempio, mentre in Provenza si dice can
(cane), cat (gatto) e garri (topo), a Roure si dirà chan,
chat ejari.
All'interno della Valle Varaita, l'occitano presenta una
notevole varietà di forme. Questa differenziazione è,
generalmente, in relazione alla maggio- re o minore
distanza dalla pianura piemontese delle varie località. Ciò
significa che le differenze linguistiche che si riscontrano
all'interno della Valle sono da attribuirsi, in gran parte,
all'influenza del dialetto piemontese. Questa influenza,
iniziata verosimilmente dopo la conquista della Valle da
parte dei Savoia (trattato di Lione del 1601 per laBassa e
Media Valle, trattato di Utrecht del 1713 per l'Alta
Valle), è divenuta più forte nell'ultimo secolo.
A sostegno di queste considerazioni, si osserva che:
- vi sono poche differenze nella conservazione del
linguaggio tra i paesi del- la Valle Varaita e i vicini
paesi della Valle Maira che siano posti alla stessa
distanza dalla pianura; queste differenze sono comunque
inferiori a quelle esistenti tra paesi della stessa Valle;
- non vi sono differenze di rilievo tra i dialetti dell'
Alta Valle Varaita e quelli del Queyras, come, invece,
potrebbe far supporre la presenza del confine statale e
dello spartiacque.
All'interno della Valle Varaita, dal punto di vista
linguistico, si devono quindi distinguere tre aree:
1) La Bassa Valle fino al capoluogo di Brousasc
(Brossasco), compresa Iza- scho (Isasca), in cui il
linguaggio attuale, pur essendo prevalentemente piemontese,
conserva molti elementi occitani, i quali fanno supporre
che, in passato, anche in quest'area si parlasse occitano.
2) La Media Valle, dall'Ibac di Brousasc a Lou Vilar e
Counfine di San Péire (Sampeyre), compresa la Valle di
Girba (Gilba), in cui il linguaggio è chiaramente occitano,
anche se, soprattutto nei paesi posti più a valle, sono
presenti elementi linguistici piemontesi.
3) L'Alta Valle, comprendente i tre Comuni di Chasteldaljìn
(Casteldelfino), Pountechanal (Pontechianale) e Blins
(Bellino), in cui l'Occitano ha conservato un elevato grado
di purezza, appena contaminato da qualche francesismo (ad
esempio, “oui” in luogo di “bo”, per l'italiano “si”) e da
rari piemontesismi. Nelle località poste più a monte sono
presenti un gran nu- mero di elementi arcaici, che spesso
sono scomparsi persino da vaste zone dell'Occitania
d'Oltr'Alpe, i quali permettono di considerare queste
varietà dialettali, unitamente a quelle delle Alte Valli
vicine, fra le più belle, le più interessanti e le più vive
di tutta l'area occitana.
Caratteristiche
Sul fatto che il dialetto di Roure sia occitano non vi sono
dubbi né incer- tezze tra gli studiosi (3).
In questo breve studio mi limiterò quindi ad esporre alcune
osservazioni e confronti con i dialetti dei paesi
circostanti.
Le vocali sono relativamente semplici, in quanto la
differenza tra vocali lunghe e vocali brevi non ha valore
fondamentale, come accade invece in Val Germanasca e in Val
Chisone.
La ce,pur essendo diffusa in Media Valle fino a Lou Mél
(Melle) e forse in qualche borgata di Fràise (Frassino)
(4), compare a Roure in una sola parola: cce,.(cuore). A
Roure si dice quindi nuèch e uè/i, e non n(Ech e (Eli
(notte e
olio), come a Lou Mél. A differenza di Fràise, in cui sono
numerosissime, a Roure le “e” (cosiddetta “e muta”) sono in
numero sicuramente inferiore; inoltre, in molti casi non si
tratta di una “e” vera e propria, ma di una via di mezzo
tra le ee la “e” chiusa. Si dice quindi trent, serpent e
belo, e non trent, serpent e bello (tridente, serpente e
bella) come a Fràise; vi sono, invece, minori differenze in
altre parole, come dezgroupà e l'escur (slegare, il lutto),
in cui la pronuncia di Roure è intermedia e talvolta
oscillante.
I sostantivi e gli aggettivi femminili singolari terminano
in o, come nella Media e Alta Valle Varaita e come in buona
parte d'Occitania. Nella lingua d'oc antica il femminile
era in “a”;questa forma si è mantenuta a Lou Mél, a Vermala
(Valmala), a Girba (Gilba), a Brousasc (Brossasco), a
Criçol (Crissolo) e in alcune località della Media Valle
Maira. Così a Roure si dice àigo, chabro e biòio, e non
àiga, chabra e biòia (acqua, capra e azzurra).
A Roure non si è verificata la velarizzazione di a nel
gruppo an, che è dive- nuto on da Brousasc a Lou Mél e
nell' Alta Valle. Si dice quindipan e chan, come nella
maggior parte dei paesi delle nostre Valli, e non pon e
chon (pane e cane).
La ”lh”, che pure è presente nelle Valli della provincia di
Torino e in Val Po, è scomparsa dalla Valle Varaita (4). In
Media Valle, in particolare a Frài- se, nella posizione
occupata dalla lh è rimasta una sorta di doppia “i”, mentre
dal capoluogo di San Péire (Sampeyre) in sù sono rare le
parole che con- tengono questo suono. Roure, nonostante
appartenga al Comune di San Péire, segue, in questo
fenomeno, la pronuncia di Fràise, anche se in modo non così
evidente. Si dice quindijamìio,jiio,jii,pìio, come a
Fràise, e nonja- mìo,jio,fi, pìo, come a San Péire,
néjamilho,filho,filh, pilho (famiglia, figlia, figlio,
prendi), come nelle valli più a nord.
La prima persona singolare del presente indicativo termina
in ou, come in tutta la Valle Varaita e, in genere,
nell'area alpina; invece in Provenza e nelle zone di
Caraglio e di Dronero termina in e. Si dice quindi mi
manjou e mi courou, e non mi mange e mi coure (io mangio e
io corro).
Il gruppo consonantico latino CT si è evoluto nella forma
ch, comune a buona parte d'Occitania; in Val Germanasca, in
Val Chisone, in Alta Valle di Susa e in parte del Piemonte
ha invece dato origine alla forma it. A Roure si dice
quindi lach, fach e dich, e non làit, fàit e dit (latte,
fatto e detto).
I gruppi CL, GL, e PL si sono trasformati in qui, gui, e
pi, come in tutta la Valle Varaita, nelle Valli vicine e
nello stesso Queyras. Ora si dice quindi quiàou, quiot,
guiéizo, la piòou, e non clàou, clot, gléizo, la plòou,
come pro- babilmente si diceva un tempo.
La s preconsonantica si è mantenuta, mentre nelle Valli del
Nord è cadu- ta, provocando l'allungamento della vocale che
la precedeva (come nel fran- cese attuale), oppure si è
ridotta a “i”. Si dice quindi moustravo, vist e dezgroupà,
e non moutravo, vit e deigroupa (insegnava, visto e
slegare) come in Val Germanasca.
La stessa posizione dei pronomi all'interno della frase può
essere diversa; così, ad esempio, a Roure si dice dran de
chatà-lou che pezà-lou, mentre a Blins (Bellino) si dice
dron d' lou chatar challou pezar (prima di acquistarlo
occorre pesarlo).
Per quanto riguarda illessico, sipuò rilevare come
ipiemontesismi, spe- cialmente nel linguaggio dei meno
giovani, siano abbastanza pochi. In par- ticolare, sono
assenti alcuni piemontesismi evidenti, che si arrestano a
Frài- se. Si dice quindi, in buon occitano, néou, chousìe,
bou e pa pus, e nonfioc- co, esca rpe, coun (2) e pa pi
(neve, scarpe, con e non più).
Viceversa, il termine manho (zia, signora) risale fino a
Roure, per essere poi sostituito, poco più a monte (già in
alcune borgate di Roure), dal più tipi- co dando.
È invece scomparso, sostituito dal piemontese mi, il
pronome personale soggetto ioù (io), che pure è presente
nella confinante valletta di Girba e, fra gli anziani, a La
Chanal. La prova che anche a Roure, un tempo, si usava ioù,
si ha nella forma interrogativa, in cui questa voce si è
mantenuta, seppure alterata. Si dice infatti buvou-coù?,
buves-tù? ecc., coumensou-coù? coumen- ses-tù? ecc., e non
buvou-mÌ? e coumensou-mÌ?, come accadreb be se la sosti-
tuzione di ioù con mi fosse stata completata (1). Sono
inoltre presenti alcuni francesismi, che riguardano
generalmente termini tecnici, quali, ad esempio, pioumbÌe
(idraulico) e fuìto (perdita).
L'affermazione si rende normalmente conja. Qualche volta
con si, altre volte con bo bo. L'uso di quest'ultima voce,
che deriva probabilmente dall'antico oc, per caduta della
ce successiva aggiunta della b, è più frequen- te in alcune
famiglie e meno in altre; pare inoltre che il suo uso sia
preferito in alcune espressioni.
In complesso, la parlata di Roure rispecchia fedelmente la
posizione geo- grafica del paese: si tratta di un occitano
di Media Valle, in cui, pur non es- sendosi conservate la
purezza e la ricchezza dei dialetti dell' Alta Valle, le
in- fluenze piemontesi e francesi sono state contenute in
misura ridotta, in mo- do da non comprometterne
l'organicità e la vitalità.
Il saluto e le forme di conversazione
In Valle Varaita, coloro che si incontrano per strada si
salutano sempre,
anchesenonsiconoscono.Questausanza,segnodirispettoperilprossimo
e simbolo di civiltà, sta ormai scomparendo nei luoghi
eccessivamente fre- quentati dai turisti.
È quindi consigliabile ai villeggianti e agli escursionisti
di salutare per pri- mi, possibilmente in occitano.
Contribuiranno così a togliere alle persone del luogo
l'ingiusto senso di inferiorità per l'occitano, da altri
diffuso, e po- tranno stabilire un rapporto più rispettoso
e vero.
Le forme di saluto in uso a Roure sono: bounjourn
(buongiorno); bono se- l'O (buona sera); bono nuèch (buona
notte); arvéire (arrivederci), di uso più frequente che in
italiano; pourtà-ou ben (state bene), quando ci si lascia
per un po' di tempo; mantenè-ou en salute e mantenè-ou
sempre en gambo (mantenetevi in salute e mantenetevi sempre
in gamba), quando si saluta una persona non più giovane;
dounà pei la bono sero ai vosti e dizè pei la bono se- ra
a... (portate i saluti ai vostri familiari, oppure a...),
quando si mandano i saluti a qualcuno (1).
Il saluto della buona notte è particolarmente suggestivo,
ma pare ormai limitato allo stretto ambito familiare.Una
persona dice: Durmèben(dormite bene). L'altra (o le altre)
risponde: Diou voI e vou decò (Dio lo vo glia e voi pure).
La prima, a sua volta risponde: Se Diou voI (se Dio lo
vuole).
Quando l'incontro avviene tra due persone che si conoscono,
assai spesso non basta un semplice saluto, ma si chiedono
notizie sullo stato di salute, su persone della famiglia,
sul luogo in cui si è diretti, spesso anche sul tempo.
Insomma, un semplice saluto significa una certa freddezza
nei rapporti, o almeno che in quel momento si ha fretta e
non si ha ilt empo di trattenersi oltre.
In occitano, le forme con cui ci si può rivolgere ad
un'altra persona sono il voi e il tu; non esiste il lei.
A Roure, fino a pochi decenni or sono, il voi era di uso
larghissimo, quasi come il “you” inglese. Si dava del voi
quasi a tutti, tranne ai fratelli e sorelle, ai compagni di
scuola e agli amici coetanei; si dava del voi al coniuge,
ai genitori e ai figli; si usava (e si usa) il “voi”
persino con gli animali quando, scherzando, si voleva
vezzeggiarli.
Conservazione
Fin verso il 1960 l'unica lingua in uso a Roure era
l'occitano. Certo, molti conoscevano anche l'italiano, che
avevano studiato a scuolà, parecchi erano in grado di
parlare un po' di francese, che avevano appreso durante
l'emigrazione,o il piemontese della zona di Saluzzo,che
avevano imparato durante il servizio militare e usavano nei
rapporti con i commercianti piemontesi, ma la sola lingua
parlata tra gli abitanti di Roure era la locale forma di
occitano. Questa lingua veniva pure usata nei rapporti con
le persone della Media e dell' Alta Valle Varaita.
È probabile che, soprattutto in questo secolo, con il
susseguirsi delle generazioni, il lessico e la grammatica
avessero acquisito alcuni elementi esterni, in sostituzione
di più antichi; si trattava, però, di altri più antichi, di
unfenomenomoltolentoequasiimpercettibile.
Dopo il 1960 la situazione mutò con rapidità.
Le prime famiglie di Roure che ruppero l'unità linguistica,
insegnando ai figli a parlare in piemontese, furono quelle
meno legate all'attività agricola. Fortunatamente i figli
reagirono e si riappropriarono della lingua del loro paese.
Queste fratture sono ora in via di superamento, in quanto
quei giovani si esprimono in occitano, sia tra loro, sia
con gli altri abitanti del paese e della Valle.